Questo libro, che si intitola Nessuno a cui parlare (Untitled Ed.), mi ha fatto tornare in mente alcune considerazioni che avevo scritto leggendo i Racconti di Checov. Non ho alcuna intenzione di paragonare i due libri, ma solo di riprendere il filo steso da alcune domande che mi sono posto leggendo lo scrittore russo e che mi sono tornate in mente con il libro di Cecilia Deni.
Al tempo mi colpì il fatto che alcuni dei personaggi di quei racconti cadessero nel nulla, affondassero in una così feroce e totale perdita di senso, che invadeva le loro esistenze tanto in profondità da sconvolgerle, annullarle e distruggerle. Questo contrastava con una scrittura nitida, essenziale; pensavo fosse questo ad avermi colpito, un medico che scrive racconti eccelsi e presenta un caso umano disperato senza manifestare la minima emozione, come se la perdita di senso fosse una semplice patologia, benché incurabile, inevitabile e non diagnosticabile.
Ho ricevuto la stessa impressione dal libro della Deni e ho pensato che nelle scritture di cui parlo qui fosse più evidente che altrove lo smacco nella ricerca di un fondamento (anche se questa ricerca non viene dichiarata apertamente). Che nella scrittura dello scienziato si manifesti di più questa mancanza radicale di senso, e che sebbene il medico sia il massimo dispensatore di speranza, riguardo alla sofferenza fisica, egli sia anche (o direi proprio per questo) il più esposto allo smacco.
Questo mi ha offerto lo spunto per interpretare come *fallimento della ricerca del fondamento* la radice di certi racconti di Cechov, quelli che mi avevano colpito di più, e di questo libro che ho letto volentieri e tutto d'un fiato. Ho ipotizzato che il vizio di fondo (non dell'autore, ma dell'essere umano) sia quello della ricerca del senso con il conseguente smacco (grossolanamente, utilizzo qui senso e fondamento nella stessa accezione). Chi cerca di dare un fondamento unitario, definitivo alla vita deve essere molto coraggioso, anzitutto, e anche folle.
Ma prima di affrontare il nodo di Gordio c'è da chiarire un altro punto: perché questo vizio - la ricerca del senso e lo smacco - mi appaia più evidente in Checov e nella Deni. Ora, è evidente che io, in un gioco di specchi, percepisca un tema, un motivo che sta anche al fondo della mia cosiddetta anima. Questa risonanza credo sia sorta con maggiore intensità perché un medico (nel senso ideale) è colui il quale fa tutto il possibile contro la malattia, la sofferenza, contro la morte, fa tutto il possibile ma deve comunque piegarsi a tutta una serie di fattori che sono del tutto indipendenti dalla sua volontà, così come dalla volontà di chiunque al mondo Se tutto il mondo si mettesse insieme per impedire a un solo uomo di morire, non ci riuscirebbe, tutti i miliardi di persone insieme con tutta la tecnica e la religione che si muovono contro la morte e quella che fa il suo corso senza neanche rallentare; qualcuno potrebbe dire, potrebbero ibernarlo, beh, quella non è esattamente ciò che intendo io per vita, no, non lo è affatto, però a scanso di equivoci posso aggiustare la mira e dire: tutto il mondo non potrebbe impedire che un uomo muoia invece di seguitare a vivere come tutti noi (alzarsi la mattina, mangiare, lavorare, dormire, fare del sesso ogni tanto; insomma, niente di pretenzioso). Il fondamento ovviamente non sta nella vittoria contro la morte, e Borges suggerisce in un suo racconto, logicamente sublime, che l'immortalità ci renderebbe una massa di amorfi trogloditi a cui del fondamento ultimo non fregherebbe assolutamente nulla.
L'etica è possibile solo nel vivere come se il senso non fosse dato.
