Bucknasty se la prende con chi ha manifestato una vicinanza con la gente birmana in questo periodo travagliato. La sua tesi è: mettere su qualcosa di rosso non serve a niente, se non all'ego di chi esibisce questi meri segni che non hanno alcun potere di risolvere o modificare una situazione di fatto. Non mi interessa qui la generalizzazione proposta, che ha il limite di incrinarsi di fronte ai casi singoli emersi nei commenti; la purezza delle teorie di fronte alla realtà fa sempre la fine delle navi che finiscono contro una mina.
Da un lato, si potrebbe generalizzare ancora di più e dire che, stando così le cose, nulla più serve a nulla, né pensare (è il paradosso prospettato da
Milla nei commenti) né avere un blog, né respirare.
Però qualche dubbio l'ho avuto, nel senso che mi sono posto la domanda: a cosa servono queste forme di partecipazione? Per quanto mi riguarda la risposta è: alimentare e mantenere in vita il circuito della memoria e della consapevolezza. Detta così sembra roboante. Ma è lo stesso che ricordare le tragedie del secolo scorso, o la separazione tra stato e chiesa, tra individuo e dottrina. Metter su qualche segno rosso in presenza di massacri ripresenta (anche) alla memoria gli errori e gli orrori umani, individuati e messi là ad avvisare chi potrebbe dimenticarli, soprattutto chi non li ha vissuti. Mi vengono in mente alcuni dei racconti di
Buràn, dove orrori di qualche anno fa vengono rievocati, descritti. Certo, non servono a nulla. Non resuscitano i morti né puniscono i colpevoli, ma ficcano nell'anima un campanello d'allarme.