Trent'anni fa la spiaggia, qualcuno dei lettori superstiti lo sa, venne mangiata dal mare. Un amico, che non vedo da cinquecento anni, adesso fa lo scrittore (o forse è sempre stato scrittore? Scrittori si nasce o si diventa? Ecco una ottima domanda alla marzullo) e dice giustamente che da piccoli eravamo "uguali ma diversi"; quando c'era la spiaggia. Di com'era a quel tempo ricordo pochissime cose. Abitavamo di fronte e se penso a lui ho una sola immagine, di un pomeriggio che andammo a giocare a pallone in certi campetti verso l'interno, dove ora hanno costruito un complesso residenziale, e usciva da casa sua con i pantaloncini e la maglietta che sembravano un po' larghi (era ancora un ragazzino e doveva ancora "sviluppare", come si dice) e una certa aria assorta e contraddittoria, distratta e concentrata al tempo stesso. Ma a pensarci bene (ecco il mio problema: pensarci bene) questo succedeva quasi tutti i pomeriggi, anzi tutti, e dunque questa immagine è quella archetipica, una costante, una linea di unione. Giocavamo a calcio anche sulla spiaggia, poi montavamo sulle biciclette e passavamo ore a cercare di sfracellarci in un preciso punto che percorrevamo in tutti i modi possibili, su due ruote, su una ruota sola, senza ruote sul gomito o sul ginocchio; fu così che imparai a memoria com'era fatto ogni angolo di quel posto lasciandoci sopra diversi centimetri di pelle.
Il ritorno della spiaggia, cento metri disseminati di fossili di conchiglia e madreperla, ha riportato alla luce anche un percorso di eventi minimi che conservano il tranquillo respiro dei ricordi: il sostegno di metallo dello zampirone che si arrugginisce appena lo guardi, mi è sempre rimasta la curiosità di sapere come potesse succedere così in fretta; la sabbia tra le dita dei piedi che sembra incollata; gli sprovveduti (soprattutto maschi-veri-maschi) che pretendono di camminare a piedi nudi su novanta metri di rena rovente a mezzogiorno e urlacchiano sommessamente. I granelli sul pavimento di casa, l'odore diverso degli asciugamani. Una scritta, ora cancellata, che un amico irresoluto fece con la vernice spray azzurra, quando l'Italia vinse i mondiali di calcio nel luglio del 1982, che recitò per lunghissimo tempo "Forza I" su uno dei muretti che costeggiavano la strada.
La sensazione che ho trovato facendo domande idiote a tutti (del tipo Ti piace più adesso o prima?) è quello della spaesatezza, come se questi trenta anni di scogli e sassolini siano un bagaglio troppo importante, pesante, come se il ritorno alle origini - quando piantavamo gli ombrelloni da soli col risultato che al levarsi della brezza c'era un crollo collettivo come di esistenze spezzate o come quei paesaggi di foreste abbattute da una nube piroclastica - abbia trovato tutti impreparati; mi sembrano, quando biascicano critiche storcendo la bocca, attaccati a quel poco che avevamo come i vecchi alle loro abitudini tenere e miserabili. Sono diventate patetiche le panchine bianche che fino a due mesi fa si affacciavano sul mare, e dove tutti si fermavano al tramonto, e che ora sono quasi sommerse dalla sabbia polverosa. Ci vorrà tempo prima che tutti si adeguino a questo nuovo stato di cose, e magari quando si saranno faticosamente abituati la spiaggia verrà divorata di nuovo da una decina di libecciate. Ah ah.
