La spiaggia dopo pochi giorni ha perduto ogni traccia di naturalità. Era divisa in colori grigi, neri, chiari, e linee nette, creste dove il mare aveva finito di arrivare, in un equilibrio autosufficiente. Ora, calpestata migliaia di volte da migliaia di piedi si è trasformata in una piana di colore uniforme di minuscole fosse e vette. Uguale dappertutto alla parte peggiore, conforme al criterio minimo, si gemella al lato nero dell'estate.
La gomma quando passa nelle pozze d'acqua diventa lucida d'ebano alla luce del lampione; amo la bicicletta perchè è incerta, provvisoria, deve sempre muoversi per essere se stessa. Da piccolo ne avevo una colore dell'oro, da corsa; quando uscivo di casa i pomeriggi d'estate ero felice, lucido dopo un giorno di mare e di sole, coi capelli pettinati in fretta da mia madre che non perdeva la speranza di vedermi ordinato.
Ci sono temporali al largo, cumulonembi immensi, cupole bianche elettriche con una linea bassa nera, fulmini senza rumore verso Ventotene. Ho paura per chi è in mare e il timore piacevole di chi è al sicuro sulla riva. Il mare è calmo, non gli importa niente. Mentre torno a casa rivedo gli stessi simboli sui cancelli, una tegola, una corteccia, un piccolo timone di ottone; non è passato nemmeno un giorno di quarant'anni. Un'estate che a lungo ho definito la più bella della mia vita ci furono molti temporali, ora la odio perché mi ha fatto credere cose non vere, tipo essere amato per sempre.
Mentre arrivavamo in automobile, davanti avevamo un ragazzo in motorino. Aveva la maglietta, senza casco, i capelli al vento, la maglietta si muoveva come una bandiera per la velocità. Tanti anni fa era così, i capelli a lungo andare assumevano forme aerodinamiche, a onde dietro la nuca. A mio fratello una volta si spiaccicò un moscone sui denti perché rideva. Era con Gianluigi, quello che è morto.
Montavo il gazebo nel patio - hanno tagliato tutti gli alberi intorno e c'è un sole che arroventa il mattonato - e hanno suonato due testimoni di Geova. Uno era il pizzettaro del ristorante di fronte. "Ora non vado più, lavoro solo il sabato e domenica". Ho scoperto a cosa serve aver studiato Wittgenstein; ho parlato dell'infondatezza inevitabile dei testi religiosi, della necessità del salto dalla ragione alla fede, dello stoicismo e dell'impossibilità linguistica, quindi razionale, di convincere uno scettico, o un pazzo. Ci siamo messi quasi a ridere perché parlavo solo io concionando in costume a torso nudo e alla fine e ci siamo lasciati bene perché li rispettavo, con quel caldo bestia girovagare in una lottizzazione deserta con la camicia e la cravatta e uno sguardo senza sudore; mi hanno lasciato un opuscolo dove si scrive che Gesù fece effettivamente miracoli.
Il mare era limpido, con alghe posate su quel piccolo scalino appena prima della battigia. Ho incontrato una ragazza che conosco da tanti anni, ha una bimba di due mesi. Siamo stati d'accordo che avere figli ti innesta nel ciclo naturale, comprendi cosa hanno fatto quelli prima di te e cosa faranno quelli che ti seguiranno. Ho fatto un bagno e sono tornato a casa.
Sotto un ombrellone, poco lontano, una donna con un tatuaggio che non ricordo, forse un serpente, stava su un fianco. Mora, osservava con interesse il telefonino; le donne sdraiate su un fianco danno voglia.
Davanti a me, nel traffico, una donna in motorino aveva la schiena quasi tutta nuda, intorno un vestito leggero; dal casco spuntavano i capelli castani, corti. Avrà avuto forse quarant'anni. L'ho scoperto quando ci siamo affiancati al semaforo, ma non saprei riconoscerla, mai più.
Ricordo bene, invece, il rodeo dei muscoli della sua schiena, come dentro un pianoforte i martelletti. La magrezza quasi estrema rendeva evidente ogni minimo sforzo; quando accelerava, o frenava, corde si tendevano alzandosi sotto pelle come dune nella sabbia, e facevano una danza elegante che sorgeva e spariva, simile al vento sotto un lenzuolo di seta.
Ho riletto l'articolo credendo d'essermi sbagliato, invece è proprio una lei che ha sgozzato un lui, per gelosia.